mercoledì 13 marzo 2019

La festa del papà e il tempo perduto.



Christina Branco Tudo Isto E Fado (in fondo al post testo e traduzione)


PRIMA DI TUTTO...ma quanto è dolce questa melodia?


Ed ecco che accanto a queste sonorità, dove l'umano si supera sempre e conferma di avere una stilla del Divino dentro di sé, continua la maratona dei festeggiamenti turbo-capitalistici come direbbe Fusaro :) ed io per contrapposizione mi sento di citare un libro che ogni volta mi tocca il cuore come se fosse la prima volta che lo leggo e rimanda il senso di questa festa a qualcosa di più profondo ed intimo.

sabato 2 marzo 2019

Oriana Fallaci: mai più nessuna come te.

Tic-tic-tic-tac…secco e deciso il calloso polpastrello incide sulla carta parola dopo parola calcando i tasti della macchina da scrivere, la fronte corrucciata e lo sguardo severo sul foglio mentre la sigaretta si consuma nella sua solitudine, abbandonata lì sul posacenere. 

Tic-tac-tic-tac…la coltre di fumo si espande senza via di scampo per via delle finestre barricate mentre con una voce roca dalle consonanti aspirate interpreti il tuo scritto, ogni frase sofferta per rendere carne il fatto, il pensiero, il trasporto, il pathos.


Oriana, uno scrittore di genere femminile di radici fiorentine, bella, affascinante, dal carattere impossibile, con attività neuronale elevata e capacità d'azione sconfinata. 

Mi domando se ti abbiamo difesa, valorizzata ma soprattutto mi domando: 

TI RICORDIAMO COME MERITI?

Non so, forse non abbastanza, dovremmo farlo di più. Sai Oriana, ora più che mai siamo nell'era del tuo odiatissimo politically correct e a meno che non si tratti di Nostradamus non è che ci faccia così piacere rivangare predizioni ed avvertimenti, soprattutto perché i tuoi arrivavano come schiaffi vigorosi e non come carezze. Ora gli equilibri sono al limite della corruzione, gli animi stanchi e le schiene ricurve su se stesse percorrono i porfidi con l'occhio perso e distratto.

Non ci sono mai piaciute le strigliate e tu, che nel conflitto ci sei cresciuta eri troppo, sei troppo per noi che siamo bambini indifesi, affidati a false speranze e nascosti da mille maschere che guai a togliercele…

Siamo privi ormai di rabbia, di orgoglio, di passione, di identità personale, culturale. Siamo umanoidi che marciano verso il futuro all'insegna di un travisato "YES WE CAN" e dello svilente "STAY HUNGRY, STAY FOOLISH", stiamo abdicando post dopo post a quel livello della ragione, d'intuizione, di dialettica che hanno fondato tutta la cultura occidentale e che rappresentavano un ancoraggio riflessivo alle tue ricerche, esperienze, al tuo ardore per la vita, alla tua ricerca del Vero, del Giusto, del Buono



"Quando un popolo, divorato dalla sete della libertà, si trova ad avere a capo dei  coppieri che gliene versano quanta ne vuole, fino ad ubriacarlo, accade allora che, se i governanti resistono alle richieste dei sempre più esigenti sudditi, sono dichiarati tiranni. E avviene pure che chi si dimostra disciplinato nei confronti dei superiori è definito un uomo senza carattere, servo; che il padre impaurito finisce per trattare il figlio come suo pari, e non è più rispettato, che il maestro non osa rimproverare gli scolari e costoro si fanno beffe di  lui, che i giovani pretendano  gli  stessi  diritti, le stesse  considerazioni  dei  vecchi, e questi, per non parer troppo severi, danno ragione ai giovani. In questo clima di libertà, nel nome della medesima, non vi è più riguardo per nessuno. In mezzo a tale licenza nasce e si sviluppa una mala pianta: la tirannia".       
Platone


Hai incontrato e tradotto questo passo in seconda liceo, l'hai incorniciato e appeso in entrambe le case di tuo possesso a Greve in Chianti e a Manhattan. 
In "Oriana Fallaci intervista a sè stessa - L'Apocalisse" lo ripercorri e poi incalzi: 

"E va da sé che non ne avrei bisogno. La so a memoria, posso recitarla come i preti recitano il Pater Noster… Non sembra scritto per certi italiani d'oggi?"

Sì Oriana, quella rabbrividente mezza pagina dell'ottavo libro della Repubblica "La sete di libertà" è stato scritto ieri per ieri, oggi per oggi, domani per domani. Per gli italiani, quel che resta di loro e per tutti gli altri che sono e verranno, di questo ho timore io.

Tra pochi giorni si festeggia la Donna, io festeggio te. Te che non hai mai minacciato di bruciare il reggiseno e farti crescere i peli sotto le ascelle per dimostrare chissà cosa, per te la differenza fisica credo sia stato un finto problema o a limite se proprio necessario un paragone, sarebbe stato un vanto? 
Tu, dall'aspetto gracile e minuto ti sei infilata la tuta e l'elmetto ti sei fatta strada fino al fronte per toccare con mano l'orrore che si consumava nelle trincee con lo stesso coraggio di un uomo: con più coraggio di qualche uomo!

Non siamo pronti, non saremo mai pronti per accoglierti senza riserve ma ogni giorno in più sarà un giorno in meno senza la lezione di una qualche tua riflessione. Potrei provare a farmi con il pettine la riga in mezzo sulla nuca e disegnarmi l'occhio con l'eyeliner ma non basterebbe, sarebbe l'ennesimo patetico tentativo di definire un contorno che non appartiene a me stessa per trovare una stilla di conforto e compiacimento. 

Tic-tic-tic-tac…continuo ad immaginarti lì seduta, infervorata a scrivere qualche pamplhet su questo presente infetto, incancrenito ed irrecuperabile pronta a darci una bella strigliata...un'altra volta. 

Alcune bieche interpretazioni ti hanno rappresentata come una persona incazzata con la vita deridendoti, altri ti hanno rinnegata per poi pentirsene. Non c'è bisogno di riepilogare il tuo pensiero, uno dei più cristallini e concitati della letteratura italiana che ci ha resi grandi nel mondo e perciò ti rendo omaggio con questa lettera in cui mi sono imbattuta e che aiuta a ricomporre il puzzle della tua persona.

Si tratta di un messaggio dolce, affettuoso, incredulo, disperato che riservasti al tuo intimo amico ormai perduto Pier Paolo Pasolini scritta il 16 novembre 1975, quattordici giorni dopo il suo assassinio:

“Da qualche parte, Pier Paolo, mischiata a fogli e giornali e appunti, devo avere la lettera che mi scrivesti un mese fa. Quella lettera crudele, spietata, dove mi picchiavi con la stessa violenza con cui ti hanno ammazzato. Me la sono portata dietro per due o tre settimane, le ho fatto fare il giro di mezzo mondo fino a New York, poi l’ho messa non so dove e mi chiedo se un giorno la ritroverò. Spero di no. Vederla di nuovo mi farebbe male quanto me ne fece quando la lessi e rimasi intirizzita a fissar le parole, sperando di poterle dimenticare. Non le ho dimenticate, invece. Posso quasi ricostruirle a memoria. Più o meno, così: “Ho ricevuto il tuo ultimo libro. Ti odio per averlo scritto. Non sono andato oltre la seconda pagina. Non voglio leggerlo, mai. Non voglio sapere cosa v’è dentro la pancia di una donna. Mi disgusta la maternità. Perdonami, ma quel disgusto io me lo porto dietro fin da bambino, quando avevo tre anni mi sembra, o forse erano sei, e udii mia madre sussurrare che…”. Non ti risposi. Cosa si risponde a un uomo che piange la sua disperazione di trovarsi uomo, il suo dolore d’essere nato da un ventre di donna? Non era una lettera diretta a me, del resto, ma a te stesso, alla morte che rincorrevi da sempre per mettere fine alla rabbia d’essere venuto al mondo grazie a una pancia gonfia, due gambe divaricate, un cordone ombelicale che si snoda nel sangue. E come consolarti, placarti, di una simile ineluttabilità? Le parole con cui consolarti erano nel libro che tu rifiutavi con ira, l’unico modo per placarti sarebbe stato prenderti fra le braccia: amarti come solo una donna sa amare un uomo. Ma tu non hai mai permesso a una donna di prenderti fra le braccia, amarti. Quel nostro ventre da cui sei uscito ti ha sempre riempito di orrore. Fuorché tua madre, che veneravi come una Madonna messa incinta dallo Spirito Santo, dimenticando che anche tu eri stato legato a un cordone ombelicale che si snoda nel sangue, noi donne ti incutevamo fisicamente un disgusto. Se ci accettavi, era per pietà. Se ci perdonavi, era per volontà. In ogni caso non dimenticavi mai la leggenda che dà a noi la colpa d’aver colto la mela, scoperto il peccato. Odiavi troppo il peccato, il sesso, che per te era peccato. Amavi troppo la purezza, la castità che per te era salvezza. E meno purezza trovavi, più ti vendicavi cercando la sporcizia, la sofferenza, la volgarità: come una punizione. Come certi frati che si flagellano, la cercavi proprio con il sesso che per te era peccato. Il sesso odioso dei ragazzi dal volto privo di intelligenza (tu che avevi il culto dell’intelligenza), dal corpo privo di grazia (tu che avevi il culto della grazia), dalla mente priva di bellezza (tu che avevi il culto della bellezza).

In loro ti tuffavi, ti umiliavi, ti perdevi: tanto più voluttuosamente tanto più essi erano infami. Di loro ci cantavi con le tue belle poesie, i tuoi bei libri, i tuoi bei film. Da loro sognavi d’essere ucciso, prima o poi, per compiere il tuo suicidio. Sono cattiva a dirti questo? Sono crudele anch’io? Forse, ma sei stato tu a insegnarmi che bisogna essere sinceri a costo di sembrare cattivi, onesti a costo di risultare crudeli, e sempre coraggiosi dicendo ciò in cui si crede: anche se è scomodo, scandaloso, pericoloso. Tu scrivendo insultavi, ferivi fino a spaccare il cuore. E io non ti insulto dicendo che non è stato quel diciassettenne a ucciderti: sei stato tu a suicidarti servendoti di lui. Io non ti ferisco dicendo che ho sempre saputo che invocavi la morte come altri invocano Dio, che agognavi il tuo assassinio come altri agognano il Paradiso. Eri così religioso, tu che ti presentavi come ateo. Avevi un tale bisogno di assoluto, tu che ci ossessionavi con la parola umanità. Solo finendo con la testa spaccata e il corpo straziato potevi spegnere la tua angoscia e appagare la tua sete di libertà. E non è vero che detestavi la violenza. Con il cervello la condannavi, ma con l’anima la invocavi: quale unico mezzo per compiacere e castigare il demonio che bruciava in te. Non è vero che maledicevi il dolore. Ti serviva, invece, come un bisturi per estrarre l’angelo che era in te. Io me ne accorsi fin dal primo incontro, quando ci conoscemmo a New York: ormai, dieci anni fa. E quel fatto mi impressionò più del tuo genio esaltante, della tua cultura irritante, della tua fantasia scatenata. Scappavi ogni notte nei quartieri dove neanche i poliziotti osano entrare armati. Non ti stancavi mai di sfidare la turpitudine, toccare l’orrendo, unirti ai relitti maschili dei drogati, degli invertiti, degli ubriaconi. Sia che tu ti recassi nella Bowery o a Harlem o al porto, eri sempre presente dove c’era il male e il pericolo. Arthur Rimbaud in confronto diventava un’educanda. Quante volte ho temuto di sentirmi dire che ti avevano trovato con la gola tagliata o una pallottola in cuore. Una sera te lo confessai. Eravamo dinanzi al Lincoln Center e cercavi un taxi per recarti in un posto che non volevi ammettere. Per l’impazienza apparivi inquieto, tremavi. Mormorai: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo”. E tu mi fissasti con occhi lucidi e tristi (erano sempre tristi i tuoi occhi, anche quando ridevi), poi rispondesti ironico: “Sì?”. Ricordi, vero, quei giorni a New York? Venivi nel mio appartamento, sedevi sul vecchio divano, chiedevi una Coca-Cola (non ti ho mai visto ubriaco) e mi raccontavi di amare New York perché era sporca, senz’anima. Di quella città straordinaria vedevi soltanto la miseria morale, da ex-colonia dicevi, da sottoproletariato, e una povertà che paragonavi alla povertà di Calcutta, Casablanca, Bombay.

Un pomeriggio esclamasti: “Mi dispiace di non esser venuto qui prima, 20 o 30 anni fa, per restarci. Non mi era mai successo di innamorarmi così d’un Paese. Fuorché in Africa, forse. Ma in Africa vorrei andare e restare per non ammazzarmi. Sì, l’Africa è come una droga che prendi per non ammazzarti. New York invece è una guerra che affronti per ammazzarti”. Eri giunto da Montréal con il treno. Eri sceso a una stazione sotterranea e non avevi trovato un facchino. Con le valigie che ti stroncavano le braccia avevi percorso un tunnel, e in fondo al tunnel c’era una luce accecante. La città t’aveva aggredito con la gloria di un’apparizione: Gerusalemme che appare agli occhi di un crociato, dicesti. I grattacieli invece li vedevi come le Dolomiti, e io ti ascoltavo in preda alla paura: eri solo poeta o anche pazzo? Non avevo mai pensato che New York potesse essere vista come Gerusalemme e i grattacieli come le Dolomiti. Ma in cima a quei grattacieli non volevi salire mai. Quante volte tentai di portarti all’ultimo piano dell’Empire State Building! Ti promettevo: “È come salire sulla vetta di un monte, il vento è pulito lassù”. Mi opponevi sempre una scusa: a te non interessava il vento pulito. Interessava la laidezza della Quarantaduesima Strada, con le sue luci rosse da inferno e i negozi che vendono pornografia. “Ieri, nella Quarantaduesima, ho visto un uomo che stava morendo. In mano aveva un pacchetto. L’ha fissato e poi l’ha scaraventato per terra con collera tale che il pacchetto s’è rotto. Dopo l’uomo s’è appoggiato al muro, è scivolato piano per terra ed è rimasto lì: a morire. Senza che nessuno si fermasse a guardarlo, aiutarlo. Neanch’io. Ma è male questo? È mancanza di pietà? Forse è una forma superiore di pietà. Capisci, lasciare gli altri morire”.
Diventammo subito amici, noi amici impossibili. Cioè io donna normale e tu uomo anormale, almeno secondo i canoni ipocriti della cosiddetta civiltà, io innamorata della vita e tu innamorato della morte. Io così dura e tu così dolce. V’era una dolcezza femminea in te, una gentilezza femminea. Anche la tua voce del resto aveva un che di femmineo, e ciò era strano perché i tuoi lineamenti erano i lineamenti di un uomo: secchi, feroci. Sì, esisteva una nascosta ferocia sui tuoi zigomi forti, sul tuo naso da pugile, sulle tue labbra sottili, una crudeltà clandestina. Ed essa si trasmetteva al tuo corpo piccolo e magro, alla tua andatura maschia, scattante, da belva che salta addosso e morde. Però quando parlavi o sorridevi o muovevi le mani diventavi gentile come una donna, soave come una donna. E io mi sentivo quasi imbarazzata a provare quel misterioso trasporto per te. Pensavo: in fondo è lo stesso che sentirsi attratta da una donna. Come due donne, non un uomo e una donna, andavamo a comprare pantaloni per Ninetto (Davoli, ndr), giubbotti per Ninetto, e tu parlavi di lui quasi fosse stato tuo figlio: partorito dal tuo ventre, e non seminato dal tuo seme. Quasi tu fossi geloso della maternità che rimproveravi a tua madre, a noi donne. Per Ninetto, in un negozio del Village, ti invaghisti di una camicia che era la copia esatta delle camicie in uso a Sing Sing. Sul taschino sinistro era scritto: “Prigione di Stato. Galeotto numero 3678”. La provasti ripetendo: “Deliziosa, gli piacerà”. Poi uscimmo e per strada v’era un corteo a favore della guerra in Vietnam, ricordi? Tipi di mezza età alzavano cartelli su cui era scritto “Bombardate Hanoi”, e ci restasti male. Da una settimana ti affannavi a spiegarmi che il vero momento rivoluzionario non era in Cina né in Russia ma in America. “Vai a Mosca, vai a Praga, vai a Budapest e avverti che lì la rivoluzione è fallita: il socialismo ha messo al potere una classe di dirigenti e l’operaio non è padrone del proprio destino. Vai in Francia, in Italia, e ti accorgi che il comunista europeo è un uomo vuoto. Vieni in America e scopri la sinistra più bella che un marxista come me possa scoprire. I rivoluzionari di qui fanno venire in mente i primi cristiani, v’è in essi la stessa assolutezza di Cristo. M’è venuta un’idea: trasferire in America il mio film su san Paolo”. Della cultura americana assolvevi quasi tutto, ma quanto soffristi la sera in cui due studentesse americane ti chiesero chi fosse il tuo poeta preferito, tu rispondesti naturalmente Rimbaud, e le due ignoravano chi fosse Rimbaud. Per questo lasciasti New York così insoddisfatto? Io direi di no. Direi che lasciasti New York deluso perché non c’eri morto, perché ti eri affacciato sulla voragine e non vi eri caduto. Le notti trascorse in cerca del suicidio t’avevano reso soltanto le guance più scarne, lo sguardo più febbricitante. Mi sento, dicesti, come un bambino cui è stata offerta una torta e poi gliel’hanno sottratta mentre stava per addentarla. Sì, avresti dovuto bere mille altre amarezze prima di trovare qualcuno che ti facesse il dono di ucciderti, regalarti una morte coerente dopo una vita coerente. Dicono che tu fossi capace d’essere allegro, chiassoso, e che per questo ti piacesse la compagnia della gioventù: giocare a calcio, per esempio, con i ragazzi delle borgate. Ma io non ti ho mai visto così. La malinconia te la portavi addosso come un profumo e la tragedia era l’unica situazione umana che tu capissi veramente. Se una persona non era infelice, non ti interessava. Ricordo con quale affetto, un giorno, ti chinasti su me e mi stringesti un polso e mormorasti: “Anche tu, quanto a disperazione, non scherzi!”.

Forse per questo il destino ci fece incontrare di nuovo, anni dopo. Fu a Rio de Janeiro, dov’eri venuto con Maria Callas: in vacanza. I giornali scrivevano che eravate amanti. Lo eravate? So che due volte, nella vita, hai provato ad amare una donna: restandone deluso. Ma non credo che una di queste due donne sia stata Maria. Eravate troppo diversi, troppo divisi esteticamente e psicologicamente e culturalmente. Allo stesso tempo però sembravate così uniti da una misteriosa complicità. Il mio sospetto è che tu l’avessi adottata come sorella, per farle dimenticare l’abbandono di Aristoteles Onassis. Non ti staccavi mai da lei, l’aiutavi perfino a vestirsi e a spogliarsi. Sulla spiaggia le ungevi le spalle perché il sole non gliele arrossasse. Ai ristoranti subivi ogni suo capriccio. Sempre indulgente, paziente, sereno come un infermiere di Lambaréné (città del Gabon dove Albert Schweitzer fondò il suo ospedale, ndr). Sì, c’era in te l’eroismo del missionario che va a curare i lebbrosi, la bontà del santo che subisce il martirio con gioia. Una sera ne parlammo, sul mare di Copacabana, dentro un tramonto di rosa e d’oro. Maria sonnecchiava sulla sabbia, fasciata in un costume da bagno nero, io ti raccontavo delle torture con cui i brasiliani seviziavano i prigionieri politici: il pau de arara, gli elettrochoc. Ma ascoltavi malvolentieri, quasi ti irritasse turbare con tali discorsi un tramonto di rosa e d’oro. Non mi rispondevi neanche. Solo quando ti accorgesti che ciò mi feriva, e io ti aggredii dicendo che allora non eri sincero nelle tue proteste e nelle tue battaglie, eri solo un Narciso che fingeva di battersi contro l’ingiustizia per esaudire la sua vanità, ti mettesti a parlare di Gesù Cristo e di san Francesco. Nessun prete mi ha mai parlato, come te, di Gesù Cristo e di san Francesco. Una volta mi hai parlato anche di sant’Agostino, del peccato e della salvezza come li vedeva sant’Agostino. È stato quando mi hai recitato a memoria il paragrafo in cui sant’Agostino racconta di sua madre che si ubriaca. Ho compreso, in quell’occasione, che cercavi il peccato per cercare la salvezza, certo che la salvezza può venire solo dal peccato, e tanto più profondo è il peccato tanto più liberatrice è la salvezza. Però ciò che mi dicesti su Gesù e su san Francesco, mentre Maria sonnecchiava dinanzi al mare di Copacabana, mi è rimasto come una cicatrice. Perché era un inno all’amore cantato da un uomo che non crede alla vita. Non a caso l’ho usato nel libro che non hai voluto leggere. L’ho messo in bocca al bambino quando interviene al processo contro la sua mamma: “Non è vero che non credi all’amore, mamma. Ci credi tanto da straziarti perché ne vedi così poco, e perché quello che vedi non è mai perfetto. Tu sei fatta d’amore. Ma è sufficiente credere all’amore se non si crede alla vita?”. Anche tu eri fatto d’amore. La tua virtù più spontanea era la generosità. Non sapevi mai dire no. Regalavi a piene mani a chiunque chiedesse: sia che si trattasse di soldi, sia che si trattasse di lavoro, sia che si trattasse di amicizia. Ad Alekos Panagulis, per esempio, regalasti la prefazione ai suoi due libri di poesie. E, verso per verso, con il testo greco accanto, volesti controllare perfino se fossero tradotte bene. Ci ritrovammo per questo, rammenti? Riprendemmo a vederci quando lui fu scarcerato e venne in esilio in Italia. Andavamo spesso a cena, tutti e tre. E mangiare con te era sempre una festa, perché a mangiare con te non ci si annoiava mai. Una sera, in quel ristorante che ti piaceva per le mozzarelle, venne anche Ninetto. Ti chiamava “babbo”. E tu lo trattavi proprio come un babbo tratta suo figlio, partorito dal suo ventre e non dal suo seme. Lasciarti dopocena, invece, era uno strazio. Perché sapevamo dove andavi, ogni volta. E, ogni volta, era come vederti correre a un appuntamento con la morte.

Ogni volta io avrei voluto agguantarti per il giubbotto, trattenerti, implorarti, ripeterti ciò che ti avevo detto a New York: “Ti farai tagliare la gola, Pier Paolo!”. Avrei voluto gridarti che non ne avevi il diritto perché la tua vita non apparteneva a te e basta, alla tua sete di salvezza e basta. Apparteneva a tutti noi. E noi ne avevamo bisogno. Non esisteva nessun altro in Italia capace di svelare la verità come la svelavi tu, capace di farci pensare come ci facevi pensare tu, di educarci alla coscienza civile come ci educavi tu. E ti odiavo quando ti allontanavi su quella automobile con cui i tre teppisti t’avrebbero schiacciato il cuore. Ti maledicevo. Ma poi l’odio si spingeva in un’ammirazione pazza, ed esclamavo: “Che uomo coraggioso!”. Non parlo del tuo coraggio morale, ora, cioè di quello che ti faceva scrivere in cambio di contumelie, incomprensioni, offese, vendette. Parlo del tuo coraggio fisico. Bisogna avere un gran fegato per frequentare la melma che frequentavi tu, di notte. Il fegato dei cristiani che insultati e sbeffeggiati entrano nel Colosseo per farsi sbranare dai leoni. Ventiquattr’ore prima che ti sbranassero, venni a Roma con Panagulis. Ci venni decisa a vederti, risponderti a voce su ciò che mi avevi scritto. Era un venerdì. E Panagulis ti telefonò a casa ma, alla terza cifra, si inseriva una voce che scandiva: “Attenzione. A causa del sabotaggio avvenuto nei giorni scorsi alla centrale dell’Eur, il servizio dei numeri che incominciano con il 59 è temporaneamente sospeso”. L’indomani accadde lo stesso. Ci dispiacque perché credevamo di venire a cena con te, sabato sera, ma ci consolammo pensando che saremmo riusciti a vederti domenica mattina. Per domenica avevamo dato appuntamento a Giancarlo Pajetta e Miriam Mafai in piazza Navona: prendiamo un aperitivo e poi andiamo a mangiare. Così verso le dieci ti telefonammo di nuovo. Ma, di nuovo, si inserì quella voce che scandiva: attenzione, a causa del sabotaggio il numero non funziona. E a piazza Navona andammo senza di te. Era una bella giornata, una giornata piena di sole. Seduti al bar Tre Scalini ci mettemmo a parlare di Franco (Francisco Franco, il dittatore spagnolo, ndr) che non muore mai, e io pensavo: mi sarebbe piaciuto sentir Pier Paolo parlare di Franco che non muore mai. Poi si avvicinò un ragazzo che vendeva l’Unità e disse a Pajetta: “Hanno ammazzato Pasolini”. Lo disse sorridendo, quasi annunciasse la sconfitta di una squadra di calcio. Pajetta non capì. O non volle capire? Alzò una fronte aggrottata, brontolò: “Chi? Hanno ammazzato chi?”. E il ragazzo: “Pasolini”. E io, assurdamente: “Pasolini chi?”. E il ragazzo: “Come chi? Come Pasolini chi? Pasolini Pier Paolo”. E Panagulis disse: “Non è vero”. E Miriam Mafai disse: “È uno scherzo”. Però allo stesso tempo si alzò e corse a telefonare per chiedere se fosse uno scherzo. Tornò quasi subito col viso pallido. “È vero. L’hanno ammazzato davvero”. In mezzo alla piazza un giullare con i pantaloni verdi suonava un piffero lungo. Suonando ballava alzando in modo grottesco le gambe fasciate dai pantaloni verdi, e la gente rideva. “L’hanno ammazzato a Ostia, stanotte”, aggiunse Miriam. Qualcuno rise più forte perché il giullare ora agitava il piffero e cantava una canzone assurda. Cantava: “L’amore è morto, virgola, l’amore è morto, punto! Così io ti piango, virgola, così io ti piango, punto!”. Non andammo a mangiare. Pajetta e la Mafai si allontanarono con la testa china, io e Panagulis ci mettemmo a camminare senza sapere dove.

In una strada deserta c’era un bar deserto, con la televisione accesa. Entrammo seguiti da un giovanotto che chiedeva stravolto: “Ma è vero? È vero?”. E la padrona del bar chiese: “Vero cosa?”. E il giovanotto rispose: “Di Pasolini. Pasolini ammazzato”. E la padrona del bar gridò: “Pasolini Pier Paolo? Gesù! Gesummaria! Ammazzato! Gesù! Sarà una cosa politica!”. Poi sullo schermo della televisione apparve Giuseppe Vannucchi (conduttore del telegiornale Rai, ndr) e dette la notizia ufficiale. Apparvero anche i due popolani che avevano scoperto il tuo corpo. Dissero che da lontano non sembravi nemmeno un corpo, tanto eri massacrato. Sembravi un mucchio di immondizia e solo dopo che t’ebbero guardato da vicino si accorsero che non eri immondizia, eri un uomo. Mi maltratterai ancora se dico che non eri un uomo, eri una luce, e una luce s’è spenta?”
Oriana Fallaci 







lunedì 18 febbraio 2019

Frida Kahlo: "Eri un Fiore di Vetro".


"Eri un Fiore di Vetro" - 2019




Diego e io - Brunori Sas - 2017



Testo

Due incidenti ho avuto nella vita, uno sei tu
Nonostante questo io ti amo
Io ti amo più di ogni altra cosa, anche di me
Che sono la tua bimba di cristallo
Nonostante le tue amanti, le mie amanti che
Lo sappiamo bene erano un gioco
Ma se bevi il sangue del mio sangue, allora no
Questo gioco non te lo perdono
Ma sì che ti perdono
Anche se lo so che tanto poi cadrai di nuovo
E sì che tu sei un uomo
Io lo so bene
E volano i pavoni
Sembrano aeroplani contro le finestre
Siamo il mostro e la bambina
Il trionfo e la rovina, noi
Brucia la mia carne senza te
La mia saliva, il mio sudore
Brucia questa nostra casa azzurra
Brucia il mio corpo per amore, uuh
Santa Marta prendi quello che resta di me
Questo corpo ormai non mi appartiene
Questo letto, questo specchio ormai rifletterà
Sulla tela solo il mio dolore
Che ho provato ad annegare in un fiume di Mezcal
Ma il dolore sai, non sa nuotare
Braccia forti che purtroppo non ho avuto mai
Per tenerti e non lasciarti andare
Ma va, dove ti pare
Tanto prima o poi
Lo so che tornerai a bussare
Sì, che questo è amore
Puoi dirlo bene
E volano i pavoni
Sembrano aeroplani contro le finestre
Siamo il mostro e la bambina
Il trionfo e la rovina, noi
Brucia la mia carne senza te
La mia saliva, il mio sudore
Brucia questa nostra casa azzurra
Brucia il mio corpo per amore

Songwriters: Antonio Di Martino / Dario Brunori



mercoledì 13 febbraio 2019

Qual è il sapore del successo per Chef Luca Pappalardo?

TEMPO STIMATO PER LA LETTURA: 06 min 48 sec.

H
o interrogato Google digitando Chef Luca Giovanni Pappalardo. A qualcuno di primo acchito non evocherà nulla ma per me e per molti intenditori del settore nonché buongustai sì. 
I primi risultati che spuntano riguardano recensioni di blog specializzati, articoli di giornale, il suo blog http://www.cuochimabuoni.it/, Tripadvisor, la sua faccia, i vitali link social (LinkedIn, Facebook, Instagram ecc...)  nonché l'onnipresente Amazon che si candida per portarti comodamente sulla soglia di casa le sue 2 pubblicazioni (Libri di Luca Giovanni Pappalardo) e tutto questo fa già intuire che non ci stiamo riferendo ad uno dei tanti cuochi mediamente bravi spurgati da un settore in costante crescita ed espansione (Avvenire.it ristorazione, un settore in salute) .

In effetti Luca ha già un curriculum originale e tutto suo: dopo la laurea in Lettere e Filosofia nel 2005 con indirizzo teatrale-storico artistico conseguita al DAMS di Bologna prende confidenza con i suoi studi sperimentando posizioni come Direttore d'agenzia stampa, docente di Iconografia, responsabile in curatela e scrittura in testi teatrali e d'arte (lavoro con cui guadagna la scritta del suo nome e cognome nel retro del pregiato cd "Nevica sulla mia mano" di Lucio Dalla), fino ad arrivare al salto quantico datato 2010 nel business della ristorazione in cui si è giocato tutti i gettoni del suo sapere: Chef, Consulente, Formatore, Cooking performer, Speaker radiofonico in un programma di cucina, Editor ricette salute sul Corriere della Sera etc...

In merito a questo, alcuni si domandano costantemente le ragioni di questa drastica scelta così poliedrica come indefinita e forse nessuno gli ha mai chiesto spiegazioni direttamente, nemmeno io d'altronde. Questo perché oltre la timidezza e il timore di mettere in difficoltà l'altro, che potrebbe risultare impreparato a domande tanto aperte così da azzardare risposte anche istintive e artificiose, ho la presunzione come tanti di darmi spiegazioni piuttosto verosimili della realtà così come presenta e perciò ho sorpassato sgommando in curva gli altri visto che per me, è tutto chiarissimo.



In questo momento in cui sto scrivendo ho deciso di radicare certezze e gli e l'ho chiesto, lui mi risponde: 



"Ho scelto questo mestiere per colpa della Gelmini". 

Senza indagare...credo sia una parziale verità, un perché necessario ma non esaustivo. Quando trovi il lavoro e non un lavoro, non è mai colpa di nessuno semmai il contrario: qualcuno ci ha visto giusto e ha saputo investire su di te, tu in primis.

Lunedì sera poi, in controtendenza con gli 11 milioni e pussa di spettatori sintonizzati su Raiuno per Montalbano, ho guardato Il sapore del successo (Burnt), un film del 2015 in cui Bradley Cooper nel ruolo protagonista veste i panni dello Chef da due stelle Michelin Adam Jones il quale, dopo aver conquistato rilevanza prima e aver fatto fallire il suo locale in un momento di perdizione totale poi, decide di rimettersi in campo dopo un periodo di esilio con l'ambizione di conquistare una posizione ulteriore nella prestigiosa guida.

Finito il film, oltre aver compreso il mio trasporto per Bradley mi sono quasi convinta a frequentare qualche terapista poiché sebbene sia solo una commedia dal cast eccezionale (Sienna Miller, Riccardo Scamarcio, Emma Thompson, Uma Thurman tra gli altri) ho patito come se stessi guardando The Passion of the Christ di Mel Gibson: arrivata a questo punto è quasi fuori discussione che io abbia qualche rotella fuori posto.

Il film, sommato alle mie ipotesi di risposta rispetto alla scelta di Luca antecedenti la sua asserzione via WhatsApp, mi ha restituito conferme: essere cuochi appassionati rappresenta la carnalità dell'atto intellettuale, creativo ed estetico, è la trasposizione sul piatto del concetto aristotelico l'intero è maggiore della somma delle singole parti, è l'armonia sinfonica che risuona sulle papille gustative che ha come titolo Dono, amore, dedizione, disciplina, fatica e isteria.


"Luca non pensa ricette, incorona gli elementi che la natura ci dona.
Luca non fa da mangiare: nutre il corpo, la mente e vibra l'anima.
Luca non prepara alimenti, realizza l'emozione che proverai.
Luca non compone piatti, dipinge con la sua tavolozza opere d'arte.
Luca non è uno Chef, non fa da boss a nessuno. Egli stesso è condotto dal suo talento in azione."


Lo conobbi circa cinque anni fa nella sua ex dimora di Milano (no, non intendo a casa sua ma nel ristorante dove metteva la firma tutte le sere ai ripetuti successi): dai primi istanti ho pensato che oltre i nomi avesse ben poco di evangelico… diciamo che si presenta come antitesi allo chef bonaccione e gioviale ma autorevole in stile Cannavacciuolo

In mezza riga: catanese, sanguigno, a tratti spocchioso. 
Approfondendo: è solito incrociare le braccia e poi arrovellare con una mano la barba su se stessa mentre decanta le ricercate procedure con cui ha valorizzato il boccone che stai per addentare. Mentre ti cade lo sguardo sugli importanti anelli infilati nelle sue dita è possibile che concluda il suo storytelling e dica o faccia qualcosa di maledettamente spiazzante con un'addestrata innocenza e arguzia quasi demoniache. 


Si sono verificate situazioni così al limite dell'imbarazzo mentre frequentavo il suo ex locale, in cui avrei voluto trasformarmi in un uccellino per appollaiarmi su qualche sedia a ridacchiare in libertà senza risultare sconveniente.

Tutto ciò gli è valso la definizione anni fa di Chef arrogante da parte di un concorrente forse un pò invidioso nella trasmissione di Alessandro Borghese "Quattro ristoranti" in cui partecipò con il suo ex staff milanese. Il titolo provocatorio ma tremendamente vero attribuitogli accompagnò il secondo posto in classifica che si badi bene, è stato assegnato solamente a causa della scarsità ed impreparazione dei responsabili di servizio al tavolo. 

Una volta estirpato il problema alla radice, ovvero trasferita la propria eccellenza da fuoriclasse in altra location bolognese, risulta al momento difficile trovare incoerenze tra pensiero di Luca - prodotto del pensiero di Luca - distribuzione del prodotto del pensiero di Luca al tavolo. 
Anche perché oggi uno dei suoi primi vanti è quello di avere un valido team di collaboratori tra i quali spicca Isabel, la proprietaria del locale che è una donna di innata eleganza e raro savoir-etre.

Comunque sia, io trovo Chef Luca Giovanni Pappalardo un personaggio adorabile!

Ammiro da sempre le persone che sono (non che fanno le) alternative ed imprevedibili… sono soggetti che mettono a dura prova la tua pazienza, la tua capacità di intelligere, la tua empatia ed ascolto. E da quello sforzo si può uscire edificati o distrutti, dipende. Il trucco per rimanere illesi è attingere a quel tipo di relazioni complesse a piccole dosi, con una gran carica di ironia e flessibilità mentale e poi rifletterci su a tempo perso.

Aggiungiamo poi che la dose quotidiana di cortisolo (conosciuto anche come ormone dello stress) per chi fa questo mestiere logorante scorre abbondante e a ciclo continuo nel corpo: sveglia alle 4/5 del mattino per contrattare con i pescatori sulle frattaglie di pesce e non da acquistare (si avete capito bene frattaglie: Luca si prende cura del destino anche di sventurati Pesci Diversi come anticipa profeticamente il titolo del suo ultimo libro), gestione degli ordini e approvvigionamenti, momenti di creatività ed elaborazione, monitoraggio ed allineamento strumenti e sala, sincronizzazione della ciurma, direzione lavori prima del ciak si gira, apertura locale, momento interminabile di tensione e velocità adrenaliniche, gestione del delirio, dei momenti di crisi ed perdite di controllo, uscita dalla cucina per qualche autografo quando va bene o per rottura di coglioni di qualche cliente insoddisfatto o ignorante che sai già che si vendicherà in una crudele recensione, pausa sigaretta e pipì, ritorno all'operatività in cucina dopo qualche bestemmia sfuggita, ritmo serrato fino alle pance piene e visi sorridenti, ripristino e pulizia del locale e momento di crescita del team alias cazzeggio tutti insieme con la bottiglia di birra in mano
Poi, qualche manciata di ore passate dormendo e restart.

Ovviamente tutto questo è una sintesi delle principali attività che non mi ha elencato certo Luca ma ho immaginato... e non credo di scostarmi molto dalla realtà. Ho omesso volutamente la gestione imprenditoriale di Isabel e la direzione della sala perché sono argomenti talmente complessi a loro volta che meriterebbero un post a parte.

Come dice sempre il mio maestro del pensiero: 



"I ristoratori vivono in un altro spazio-tempo: mentre gli ospiti rimangono giovani e rilassati seduti comodamente ai loro tavoli a pasteggiare, i primi invecchiano precocemente come effetto dello sbattimento a velocità della luce nel dinamismo operativo".

Penso sia proprio così. E con il massimo rispetto per i lavori esclusivamente intellettuali penso che tutte le risorse impiegate nella suddetta categoria compresi Founder ed Amministratori Delegati, dovrebbero spegnere la televisione quando inizia l'illusorio e parziale Masterchef e andare a mettersi il grembiule almeno per qualche settimana in qualche ristorante vero.
Dopo capirebbero di più il senso e significato ultimi dei mille master in Bocconi e Louiss sul management che hanno conseguito, ne sono sicura.

Ah, dimenticavo: Luca riesce a fare anche il papà di due meravigliosi bimbi, Nina e Michele. Non ho ancora capito se sono reincarnazioni di Gandhi e Budda o figli di Luca ed Enrica veramente poiché andando oltre al lato estetico gradevole che lascia pochi dubbi e che fa sempre piacere per carità, sono dei bambini educati e zen senza l'utilizzo di smartphone, perle rare direi. Ma in questo sospetto che dietro a due bambini così ben riusciti ci siano due genitori che lo sono altrettanto, non solo esteticamente. Enrica e Luca dimostrano che sì, si può fare tutto (volendo).

Per tutto il resto, pranzo o cena che sia, andate a trovare Luca presso:


Pane e Panelle, Via S. Vitale, 71 Bologna

e poi fatemi sapere 😉!



👆Isabel e Luca: il braccio e la mente, la mente e il braccio.


Per provare un'esperienza culinaria da Luca: 
https://www.paneepanelletrattoria.it/

Per visualizzare i suoi piatti su Instagram:
https://www.instagram.com/chef_luca_giovanni_pappalardo/

Per visualizzare il suo profilo LinkedIn:
https://www.linkedin.com/in/luca-giovanni-pappalardo-1b297064

Per visualizzare il suo profilo Facebook:
https://www.facebook.com/cuochimabuoni.luca



martedì 5 febbraio 2019

giovedì 31 gennaio 2019

L'immagine di madre perfetta? La vita non è un gioco: IO STO CON KEIRA!

TEMPO STIMATO PER LA LETTURA: 05 min. 09 sec.



“La mia vagina si è lacerata. Sei venuta fuori con gli occhi aperti. Le braccia alzate. Urlante. Ti hanno posata su di me, coperta di sangue, di vernice caseosa, con la testa deformata dal passaggio nel canale cervicale. Pulsante, ansimante. Ricordo la merda, il vomito, il sangue, i punti. Ricordo il campo di battaglia, la battaglia per la tua sopravvivenza. E io sarei il sesso debole? Lo saresti tu?”

Chiara, diretta, scioccante e a tratti disgustosa. Un paio di settimane fa le dichiarazioni dell'attrice Keira Knightley impazzavano sui tabloid con tanto di pezzi tratti dal suo ultimo saggio sulla maternità nudi e crudi come quello sopra riportato. Hanno fatto rumore i ruggiti di Keira: celebre attrice londinese classe '85, dislessica, additata come anoressica (cosa da lei sempre smentita ma che fu concausa di un bel esaurimento nervoso a soli 22 anni),  mamma di Edie da quasi tre anni, salvata per un pelo dalla madre rispetto alla decisione del padre di chiamarla Kira alla sua nascita. Se così non fosse stato Kira avrebbe rappresentato il corrispettivo femminile russo del nome Ciro

ecco quando la sensibilità materna e una vocale sono in grado di salvarti da un difficile destino!

Non mi ha mai fatta impazzire a pelle, più che altro perché ho una terribile fissazione e memoria fotografica per i dettagli esagerati o anormali. Mi rimangono impressi così tanto che quando li individuo senza dare troppo nell'occhio soffro in seguito di rigetto psicologico dell'elemento che costituisce la totalità rispetto al dettaglio disturbante. Perciò, anche se nessuno ne ha mai parlato o per molti può sembrare un segno particolare, non ho mai apprezzato le mascelle di Keira. Ho spesso immaginato che avesse tentato di ingoiare un ferro da stiro da piccola o che fosse parente stretta del primo indimenticabile Ridge Forrester: Ronn Moss. E' lui il precursore del Mascellanesimo, non v'è dubbio.

Credo oggi di aver superato questo mio limite, grazie proprio alle frasi tuonate da Keira contro Kate Middleton

“Nascondi il dolore, il corpo che si spezza, il seno che gocciola, gli ormoni impazziti. Appari bella, alla moda, non mostrare il tuo campo di battaglia, Kate. Sette ore dopo la tua battaglia tra la vita e la morte, sette ore dopo che ti sei aperta e la vita insanguinata e urlante è venuta fuori da te, stai là, in piedi, con la tua bambina, a farti fotografare da un branco di paparazzi”.

Standing ovation alla Kneightley, premio Oscar per la più intelligente considerazione di inizio 2019, Golden Globe per la lezione di anticonformismo e autocoscienza. 

"KEIRA FOR PRESIDENT!" 


inneggiava con tanti palloncini  colorati e stelle filanti la mia testolina fantasiosa.


Per Keira si evince dunque che la maternità è uno squarcio, non solo corporeo ma anche sulla realtà. In effetti è tutto quello che ho sempre sospettato ma che ultimamente sta trovando conferma nei miei incontri più confidenziali.
Accanto al due per centro di mamme alla Kate Middleton che acquisiscono solamente charme, sentimentalismo, messe in pieghe, realizzazione assoluta e il senso della vita nel diventare madri ci sono le altre. Sono mamme esattamente come le prime, hanno lo stesso amore trascendente per i figli e anche le stesse occhiaie, le stesse smagliature, lo stesso seno svuotato, gli stessi trucchi ormai secchi ed inutilizzabili nella trousse, la stessa pancera contenitiva, le stesse scarpe tacco 12 che non metteranno mai più, lo stesso nervosismo, la stessa voglia di sfogarsi e le stesse preoccupazioni che occhio e croce le accompagneranno moltiplicandosi subdolamente per il resto della loro vita.

C'è una sola differenza tra le due categorie di Mammosità: le prime ci tengono a mettere in risalto il loro potere e a darsi un tono agli occhi della società, alle seconde non frega un cazzo perché sanno che è proprio nella verità e schiettezza che c'è spessore e personalità. Ovviamente io, che inizio a dubitare seriamente di possedere il gene della maternità simpatizzo per le seconde, le guerriere Sayan.

Io sono una che  Michela Andreozzi definirebbe childless per caso, ossia una senza figli perché fino ad ora non ne sono arrivati ma non sta facendo la maratona del sesso a scopi riproduttivi e nemmeno ha intenzione di farsi piantare delle canule nelle ovaie pur di averne a tutti i costi. Nel suo ultimo libro "Non me lo chiedete più" infatti la famosa commediografa, attrice e conduttrice radiofonica declina tutta la diversa nomenclatura e altresì difende in modo coraggioso, oggettivo, carismatico, comico e profondo le #Childfree: ossia coloro che hanno scelto responsabilmente di non avere figli. E' un libro che dovrebbero leggere tutti i 7,6 miliardi di persone circa che popolano la Terra e che riporta al centro il ruolo contemporaneo della donna donando conforto e nuove prospettive ai cuori di coloro  che alzavano il dito balbettando un timido: 

"Ma quindi anche io valgo?"


Certo, in uno stivale tutto malconcio e bucato che non sforna più figli (Nascite, nuovo crollo nel 2018: mai così male dall’Unità d’Italia) è rischioso affrontare questi argomenti: è un attimo trovare un sit-in sotto casa con la catasta di legna già accesa! No, niente rogo per ora: la Andreozzi trionfa e le stelline delle recensioni positive con lei, il che fa ben sperare che qualcosa stia cambiando...siamo in tante: olè!

Aldilà della maternità, non maternità.. si affacciano nuove minacce se si pensa alle generazioni future, a tal proposito  il mio settimanale preferito https://www.iodonna.it/ riporta che: 

"Secondo l'ultimo rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, entro due generazioni sarà sconsigliato lasciar giocare i minori all'aperto a causa dell'inquinamento atmosferico. Il riscaldamento globale causerà più malattie e morti delle guerre o della povertà. Aumenteranno zanzare, zecche, infezioni batteriche portate da inondazioni che avranno contaminato l'acqua potabile. Cresceranno, tra gli altri, i problemi di salute mentale. Se non abbiamo voglia di allungare lo sguardo fino alle due generazioni che verranno, già oggi il 93 per cento dei bambini non respira bene, fuori e dentro casa".


Che allegria cavoli! Il fatto è che poi tocca sempre a noi scegliere se procreare o no, padri o succedanei che siano siamo noi che teniamo il tema natalità per le palle! Clonano gli animali, stampano gli organi in 3D ma mai che creino uteri maschili ad esempio... Tanto vale la pena che la coppia (se c'è) si sieda un momento a tavolino e indaghi sul vero PERCHE' del voler concepire delle innocenti creaturine in sto delirio  (una trentina di guerre all'attivo per un totale di 70 Stati coinvolti, aumento divario tra ricchi e poveri nel mondo al ritmo di 2.5 miliardi di dollari al giorno in favore dei super-ricchi, della crisi economica d'Occidente con conseguente calo occupazionale degli Stati sfigati non scrivo dati perché è come sparare sulla Croce Rossa, incremento dell'allarme droga +39% in due anni con primo approccio a 8 anni etc etc...) e indebitarsi anticipatamente per circa 171mila euro senza considerare l'inflazione (Report Federconsumatori: costi per mantenere e crescere un figlio da 0 a 18 anni):
  1. Per avere un erede? Che triste pragmatismo. Godranno sicuramente del patrimonio i discendenti senza poter respirare stando all'OMS. Se si intende invece un'eredità genetica/discendenza genealogica invece devo constatare che la sovrastima che nutriamo verso noi stessi e la nostra stirpe è sempre sconvolgente…
  2. Per dare nipotini ai nonni? Tipica risposta maschilista da clava: "Io usare te femmina per miei genitori felici UGA-UGA!"
  3. Per avere un ME in miniatura? Questa era un forma di narcisismo patologico pre-selfie di epoca antecedente all'attuale era social, spero sia in via di estinzione.
  4. Perché mi piacciono i bambini? Bugia, non ci crede nessuno.
  5. Perché sono portato a fare il genitore? I risultati dell'educazione genitoriale delle ultime generazioni non è che siano incoraggianti però per carità… è bello avere fiducia nelle proprie capacità al netto del contesto.
  6. Perché amo mia moglie/mio marito e desidero un frutto del nostro legame? Che dolce e zuccherina prospettiva. Peccato che il frutto sia la scelta, dedizione e scoperta quotidiane dell'immensità dell'altro non un figlio che verrà al 100% strumentalizzato nell'ineluttabile conflitto.
  7. Perché voglio che qualcuno si occupi di me quando sarò anziano? Beh, questa è parecchio sincera. Il problema è che da Panama o dalle Isole Kerguelen con tanto di dito medio via Skype sarà dura, vista la continua tendenza ad alzare i tacchi e andarsene.
  8. Perché sono un egoista che vuole fare l'altruista? Un premio Nobel alla sincerità. Sono i classici che pensano "Perché gli altri si e io no?" su tutto, anche sulla procreazione. Immagino già quanto possa essere per loro esaltante dire "ah ma MIO figlio non lo farebbe mai..", "Sa, MIO figlio è stato selezionato dalla NASA per la prossima spedizione per lo spazio…" e normalmente l'interlocutore pensa "Ah si? Bello. Speriamo che non torni". Immagino anche quanto sarà avvincente per tali genitori condizionare continuamente lo sventurato rampollo con false credenze e proiezioni mentali e a quanto saranno impegnati nel culto fanatico ed isterico dell'iconografia famigliare. Però dai, saranno anche quei genitori che si leveranno il sangue per i figli o meglio per l'idea che hanno dei propri figli, questo slancio di altruismo bisogna riconoscerlo!
  9. Perché discuterne? Facciamoli e basta, il resto lo affronteremo! E poi se mangiamo in due, mangeremo in tre! E pensare che il cervello non ce l'abbiamo a caso...
  10. Perché non so da che parte iniziare, mi sento indegno di fronte a tanta immensità ma lo desidero perché credo e amo Dio? Démodé, le chiese e luoghi spirituali sono vuoti come lo siamo noi.
  11. Sono ateo/a, non so un tubo di ste cose e non ho passione per i bimbi. So solo che amo mio marito/moglie e lo faccio solo per lui/lei? Tuoché, non fa un plissé.
In tutto questo l'altro ieri ho visto Serena, una mia amica. Sempre positiva lei, fiduciosa, ilare: un nome, una garanzia! Però l'altro giorno non era tanto nel suo nome...ed infatti proprio parlando di questi argomenti che la tormentano da un pò ad un certo punto mi fa: "Ho detto a Christian che sono disposta a tutto... pur di non aver figli! Proprio non me la sento, gli ho spiegato che è proprio perché lo amo tanto e sono così consapevole che non posso prendermi questa responsabilità immensa. Non è questione di paura o non paura però Eli.. diciamoci la verità: come dice Vasco 

la vita è bella ma la realtà è uno schifo! 



Io non credo in nulla almeno sarebbe più facile se avessi la scusa della religione. Io non mi sento neanche di questo mondo! Certo le congetture di cui parliamo spesso non aiutano ma forse sono preambolo di una VERITA', che io so e non posso far finta di non ascoltare!
Lo so che questo realismo ti ha sempre destabilizzata però io sono così: è più forte di me e non sarei credibile a me stessa prima di tutto se lo facessi per rendere felice un altro, anche se è l'uomo che amo" .



Erano le cinque del pomeriggio, pioveva a dirotto e alla radio passavano i Radiohead - Creep. 

Non le ho risposto nulla, l'ho stretta forte a me. E mentre l'abbracciavo siamo scoppiate a piangere.







I principali conflitti in corso:
https://www.iltempo.it/esteri/2018/04/15/news/siria-guerre-mappa-conflitti-atlante-ipocrisia-asia-africa-europa-america-oceania-1061120/

Rapporto Oxfam 2019: aumenta divario tra ricchi e poveri nel mondo:
http://secondowelfare.it/povert-e-inclusione/rapporto-oxfam-2019-aumenta-il-divario-tra-ricchi-e-poveri-nel-mondo.html

Allarme droghe +39% in due anni. Ragazzi italiani al secondo posto in Europa:
https://www.repubblica.it/cronaca/2018/06/26/news/libro_bianco_sulle_droghe-200063290/

Colla, coca, eroina: in Italia l'emergenza droga comincia a 8 anni:
http://espresso.repubblica.it/inchieste/2018/09/19/news/colla-coca-eroina-l-emergenza-droga-comincia-a-8-anni-1.327107

Per acquistare "Non me lo chiedete più" di Michela Andreozzi:


Per ascoltare Creep dei Radiohead:

Chi è il guerriero Sayan?
TRADUZIONE CREEP - RADIOHEAD:

Sgradevole
Quando tu eri qui prima
non riuscivo a guardarti negli occhi
tu sei proprio come un angelo
la tua pelle mi fa piangere
tu fluttui come una piuma
in un mondo meraviglioso
Io avrei voluto essere speciale
tu sei così maledettamente speciale

ma sono una persona sgradevole, sono uno strano
cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto

non importa se ferisce
io voglio avere il controllo
voglio un corpo perfetto
voglio un'anima perfetta
voglio che tu noti
quando non sono in giro
tu sei così maledettamente speciale
Io avrei voluto essere speciale

ma sono una persona sgradevole, sono uno strano
cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto
lei corre fuori dalla porta
lei sta correndo
lei corre… 

Qualunque cosa ti renda felice
tutto ciò che vuoi
tu sei così maledettamente speciale
Io avrei voluto essere speciale

ma sono una persona sgradevole, sono uno strano
cosa diavolo sto facendo qui?
io non appartengo a questo posto
io non appartengo a questo posto