sabato 29 dicembre 2018

"I rassegnati" VS "Gli invisibili".

Mi chiamo Elisa e ho 35 anni. Ho smesso di sognare non so da quanto. Ultimamente mi sto appassionando al vasto e complesso tema della sociologia e pertanto, dopo aver letto un libro che analizza con lucidità e sincerità agghiaccianti i mali fisici, mentali e soprattutto spirituali che affliggono l'intera umanità a partire dagli anni '30 in avanti (Meta Modern Era) mi sono fatta regalare l'ultimo libro di Tommaso Labate intitolato "I rassegnati" - l'irresistibile  inerzia dei quarantenni. Così, per deprimermi ancora un po' e fare luce sulla mia mancanza di sogni.

La sociologia per l'inciso è la scienza sociale che studia i fenomeni della società umana, indagando i loro effetti e le loro cause. Ma dall'analisi oggettiva al raggruppamento di persone con tanto etichette sociali, giudizi e valutazioni appiccicose passa un attimo. Per quanto mi riguarda me ne esco così per non incappare in questo problema: un conto è dire tutti i quarantenni sono dei rassegnati, un conto è dire quasi tutti i quarantenni sono dei rassegnati. Eh certo, perché bisogna avere il beneficio del dubbio che ci siano superstiti che rappresentino la sponda diametralmente opposta per non cadere nel baratro di una banale generalizzazione e far così di tutta l'erba un fascio.

In effetti per una come me che ogni giorno conduce una battaglia contro se stessa sugli stereotipi, pregiudizi, giudizi e tutti gli altri fast food della mente, leggere assiduamente libri che trattano questioni sociali e un po' come darsi una martellata dopo l'altra sugli attributi ma forse, è l'unico modo per sentirmi viva e dare spazio ai sentimenti mentre viviseziono i fenomeni sociali.
Il sentimento che mi ha accompagnato di più durante la lettura è stata la rabbia, contro i quarantenni ovviamente (direi pertanto che sono in linea con lo studio del Censis: https://www.lastampa.it/2017/12/01/economia/il-censis-il-nuovo-male-dellitalia-si-chiama-rancore-MvCgToFh9ho1Uo8X21XXoN/pagina.html). Da una rapida introspezione questa rabbia è dovuta al fatto che per me il quarantenne rappresenta il mio fratello più prossimo, colui che dovrebbe o avrebbe dovuto proteggermi ed incoraggiarmi ad affrontare la vita, prepararmi la strada e fare il passaggio di consegna nel mondo del lavoro, nella sfera sociale ed affettiva ma non l'ha fatto e neanche l'ha voluto mai fare.
Labate lo descrive come: senza speranze, senza soldi, senza figli, senza rancore. E a lui, che è un giornalista affermato che ha appena compiuto 39 anni posso dare fiducia in questa drammatica e sincera autodenuncia di 219 pagine.

Il ritratto che ne emerge piano piano dal libro è deprimente: non è solo senza speranze, soldi, figli e rancore, è anche quello che cerca di soffocare le possibilità alle nuove generazioni. Si comporta in maniera egoista, opportunista ed egoriferita. E' il tipico che dissuade dall'intraprendere un progetto perché se è andata male a lui figurati a te, quello che alimenta la legge di Murphy alla faccia del pensiero positivo, quello che appena sbagli ti castiga a vita senza possibilità di riscatto, quello che è prigioniero stesso della sua immodificabile cartina stradale della realtà, che ahimè alla sola vista non ti fa venir voglia di intraprendere nessun viaggio, poiché è piena di incidenti, delusioni e trascurabili battaglie.

Dopo la lettura, in preda all'angoscia e alla necessità di fare un paragone con la mia esperienza ho fatto scivolare la lista contatti dal vetro temprato del mio braccio bionico a forma di smartphone ed ho estrapolato così la lista degli indagati. Non è che riesca molto a cambiare le sorti del quarantenne medio, perché tra fruitori di antidepressivi, conoscenti che hanno fatto figli per saziare il mancato senso di realizzazione in quasi tutti gli altri campi, altri che si sposano per convenzione ma non sanno quali rinunce ed accettazioni comporti il matrimonio e l'amore devoto, altri ancora che sono alla ricerca della risposta al senso della loro esistenza su questa terra, altri che non prestano alcun impegno nel volontariato o in battaglie sociali significative ed infine altri che hanno la giustifica scritta pronta ad esentarli da atti verso il prossimo di pura gratuità, generosità, affetto o solidarietà, i nomi dei virtuosi rimasti nella mia lista rimangono molto, ma molto esigui.

Il tanto a che serve?! è il jingle che ha fracassato i maroni a noi fratellini minori, che siamo delle creature deformi per metà tecnologiche e metà Sì, lo pretendo! privi di sogni e speranze ma assuefatti da desideri ossessivo-compulsivi. Ci siamo subito noi dopo: tristi, poveri ed ignoranti Millennial invisibili destinati a passare alla storia senza lasciare un segno e senza un perché come Nada cantava, cresciuti con il mito del merito e successo facile senza nessun talento né sacrificio alla Kim Kardashian, dagli alti valori morali poco applicati proattivamente in prima linea ma pretesi dall'ambiente circostante ed affetti da un narcisismo patologico senza precedenti. Siamo il paradosso del voglio tutto in cambio del niente, afflitti da obesità di benessere derivante tra gli altri motivi da un'eccessiva nonché dispersiva pigrizia. Non abbiamo dei lavori gratificanti, dal 2007 navighiamo a vista nella recessione economica tra una competenza acquisita e un'altra scroccate dall'albero della cuccagna che si nasconde nelle tasche dei nostri genitori in attesa che qualcuno venga a rincuorarci che la tempesta è finita, che è arrivato il nostro momento e possiamo realizzarci in pace.

Beh, non saranno di certo gli aridi e sadici quarantenni a venirci a confortare e dare una carezza, in fondo loro come noi aspettano ancora che qualcuno gli metta una mano sulla spalla e li valorizzi. Quella mano appartiene ai nostri padri nonché riferimenti quali i Baby boomers, i fortunati della Me generation. Loro mediamente a 35 anni avevano tre figli, un lavoro con cui sarebbero arrivati alla pensione, un patrimonio messo da parte, casa di proprietà e si accingevano ad investire in un secondo immobile, in Bot o Cct. Comprensibilmente la competizione non regge e quella mano neanche l'aspettiamo più.

Forse, saranno i più giovani ad inviarci buone notizie da un qualche punto nel circolo polare antartico per via della fissazione sempre più diffusa a cercare fortuna e rivendicazione altrove. Meglio cameriere a Londra che stagista addetto alle fotocopie e rilegatura in qualche malandata azienda italiana sostengono gli acerbi eredi. 

Mi sono sempre chiesta che differenza sostanziale ci fosse a parte imparare la lingua ma poi, rileggendo quest'articolo ho capito che è meglio qualunque posto prima di aver a che fare con noi connazionali millennials e generazione x, alle prese con una faida silente camuffata da larghi ed interminabili sorrisi.

In fondo in fondo, tanto per rimanere vicini ai detti a me cari tradizione vuole che tra i due litiganti sia proprio il terzo a godere.




Per ascoltare Senza un perché di Nada:

https://www.youtube.com/watch?v=dHfsKFx0Bfs



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